La mano è la pietra

In questa bellissima foto, Arturo Schwarz e Aldo Flecchia
Recensione di Arturo Schwarz
La scultura di Aldo Flecchia è l'esito di una sapiente mediazione tra antinomie apparentemente inconciliabili che la sua arte riesce ad esaltare per meglio accordare: materia grezza e prodotto finito, silenzio e clamore, maschile e femminile, creatore e creatura, formale e informale, poesia e realtà.
L'opera di questo disfattista delle categorie aprioristiche, di questo ribelle dell'ordine gregario, è sempre l'espressione folgorante di contrasti di fondo.
Il suo è un modo diverso di comprendere/apprendere il mondo. Un modo né dominatore né aristocratico, piuttosto amoroso e illuminato. Aldo Flecchia ha fatto sua la lezione di Bacone "si comdanda alla natura obbedendole" ed è sempre memore che "l'uomo è la misura di tutte le cose" come ricordava Protagora. Il mondo di Flecchia è un mondo dal quale l'uomo non si è mai diviso, un mondo dove tutto è possibile, tutto è in perenne divenire. Ed è proprio per questo che egli si sente in dovere di intervenire per interrompere questa fuga temporale, per fissarne un momento, il momento più tenero della fusione amorosa. Le sue sculture sposano scienza e coscienza, emozione e freddezza, intuizione e calcolo per proclamare la gloria e la pena della vita. Ogni suo lavoro è l'icona dell'amore che prende corpo nel granito per elevare un monumento alla civiltà dell'eros. Ogni sua opera scandisce i ritmi del silenzio, il peso dei sentimenti, la misura del dolore, ci fa avventurare nella geografia della carnalità e nel labirinto della coscienza.
All'inizio era l'azione-verbo che diventò corpo; con Flecchia, architetto della libertà, l'inizio è il gesto che trasmuta la materia inerte in vita incredula. Con lui la pietra pesante, oscura e muta, diventa leggera, luminosa ed eloquente. E questo ci riporta alle prime due contrapposizioni ricordate prima. Ma si è anche accennato alla polarità maschile-femminile e creatore-creatura, la cui concilazione ha motivato il titolo di questo pezzo. Non so se Aldo Flecchia abbia dimestichezza con il pensiero indiano o con i testi della tradizione alchemica, certo è che il suo itinerario artistico obbedisce ai canoni più classici dell'estetica sanscrita e sembra voler raggiungere la stessa meta che si prefigge l'adepto dell'Opus Magnum.
Alla base dell'arte del subcontinente asiatico ritroviamo, come sempre nel pensiero indiano e negli scritti dell'iniziato all'Arte Reale, la visione dell'inscindibile unità del tutto e l'aspirazione a colmare lo iato tra i principi maschile e femminile, per cui questi non sono altro che i due aspetti polarizzati di una stessa natura.
Tra l'artista e l'opus vige poi lo stesso rapporto spinoziano che lega la natura naturante alla natura naturata. La necessità per l'artista di identificarsi nell'opera che si accinge a creare è ribadita instancabilmente in tutte le prescrizioni canoniche (Sādhanā), poichè immedesimarsi con l'opera significa visualizzarla. Anche Plotino ricordava che "l'occhio che vede, per poter vedere, deve essere affine o simile all'oggetto veduto" (Enneade, 1, 6:9). E Platone, nel Timeo, esprimeva lo stesso concetto quando collegava, grazie alla simpatia "del simile per il simile" l'oggetto al soggetto (XVI).
Al di là di questi appunti teorici e guardando le creazioni di Aldo Flecchia, non si può non essere colpiti dalla sua visione totalizzante del maschile e del femminile. Gli amanti di Flecchia si ritrovano e si uniscono in una stretta carnale e spirituale che realizza il mito del rebis (il maschile ed il femminile insieme) e sono le due componenti di una "dualità non duale". Per riprendere le parole di Benjamin Péret, essi sono "un essere doppio, perfetto, singolo, che forma un'unità di felicità umana" (Anthologie de l'amour sublime, A. Michel, Paris 1956, p. 49).
La memoria lunga di Flecchia ci riporta a uno stato ideale e propone un ritorno all'unità iniziale. In un tempo che vede sradicate le nostre più intime convinzioni, la sua ricerca si inscrive nella sola sicurezza che ci rimane, l'incertezza del nostro destino sia individuale che collettivo.
E concludiamo con le ultime due coppie di antinomie. Se ricordiamo che Aldo Flecchia ha perso il padre quando aveva solo 18 mesi, non ci sorprende più se i visi maschili che affiorano dalla pietra non riescono mai a concretizzare una fisionomia definita. Ma è proprio questa apparente incompiutezza che contrasta con la scrupolosa definizione dei tratti femminili, a dare una tragica e abbagliante presenza dell'assente. Lo spazio obbedisce alle pazienti mani di Aldo Flecchia per conferire forma all'informale, per trasformare la realtà nella poesia del silenzio.
Come per rafforzare la presenza del padre mai conosciuto, le esili braccia femminili terminano in mani forti e possenti che imprigionano un corpo consenziente. Nell'opera di Flecchia le mani diventano parole per far parlare ciò che la morte prematura ha lasciato non detto. Conferendo alle mani la longevità della pietra, Aldo Flecchia assicura la sopravvivenza del padre, e quindi anche la propria, in virtù dell'identificazione padre-figlio, realizzando così il sogno dell'artista che crea per continuare a esistere attraverso l'opera.
2 gennaio 1992
Arturo Schwarz
Hanno presentato in alcune mostre di Aldo Flecchia i seguenti critici:
- Gabriele Mandel
- Albino Galvano
- Francesco De Bartolomeis
- Bruno Pozzato
